Unita sul futuro e sul post-guerra, l'Europa si scopre ancora pesantemente divisa sul presente, sulla guerra e su Saddam Hussein.
La generosa decisione di concentrarsi sul ruolo dell'Ue nella ricostruzione e nell'emergenza umanitaria ha consentito di salvare dal fallimento il vertice di giovedì e venerdì a Bruxelles. Ma non a nascondere le forti divergenze dei Quindici sul conflitto che sono riemerse chiaramente nelle dichiarazioni e nelle conferenze stampa finali del vertice.
L'Europa salva la faccia, evita il naufragio e riesce, ancora una volta, a superare, in qualche modo, un vertice difficile. Ma quell'unità messa nero su bianco sul documento comune sulla crisi irachena appare fragile, così come lontane sono sembrate le posizioni dei singoli, al di là della volontà comune di presentare al mondo un'Europa unita in uno dei momenti più delicati e drammatici della storia di questi ultimi anni.
E tre Paesi europei contrari alla guerra, Francia, Germania e Belgio, hanno deciso di rompere gli indugi convocando un mini-summit ad aprile, per dare più spinta e più velocità ai progetti per la costruzione di una concreta identità di difesa europea, che in molti hanno interpretato come una mossa in chiara chiave anti-americana.
Tutto questo mentre l'Ue é costretta a fare i conti con la nuova possibile emergenza: una crisi economica derivante direttamente dalla guerra. Il timore dei Quindici é che il conflitto possa incidere in maniera decisiva sul rallentamento della crescita. Per questo chiedono un'accelerazione delle riforme economiche ai singoli paesi che devono passare, in fretta, dalle parole ai fatti.
"Le nuove tensioni - ha commentato il presidente della Commissione europea Romano Prodi - indeboliscono ulteriormente la fiducia dei consumatori e degli investitori". Per questo bisognerà tenere conto delle "circostanze eccezionali" di questi giorni.
L'Europa, anche oggi, ha ribadito con una voce comune che nel futuro dell'Iraq del dopo-guerra, l'Onu deve avere un ruolo centrale, che intende impegnarsi per l'emergenza umanitaria e per la ricostruzione. Nessuno si é allontanato da questa linea, da questi auspici che riguardano però il futuro. Ma appena i Quindici hanno espresso un parere sul presente, sono di nuovo emerse le posizioni lontane che contraddistinguono la crisi irachena dal suo inizio.
Sul presente "siamo d'accordo di non essere d'accordo", ha sintetizzato il primo ministro greco Costas Simitis costretto a gestire, con coraggio e misura, una delle presidenze di turno più difficili degli ultimi anni. "Raggiungere un'intesa era semplicemente impossibile", ha constatato con sincerità, il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder che ha confermato, anche oggi, la sua vicinanza al presidente francese Jacques Chirac, che ha affermato che con la guerra si é "usciti della legalità internazionale", ha detto "no" ad una amministrazione anglo-americana sull'Iraq e ancora "no" ad una risoluzione Onu che possa, in qualche modo, avallare la guerra.
Così, il breve colloquio, definito "cordiale" da qualche fonte compiacente, che il presidente francese ha avuto con Tony Blair non sposta di molto la situazione. "La campagna militare sta andando bene", ha detto il primo ministro britannico con parole che hanno fatto irritare di nuovo i francesi. "Dobbiamo riflettere sulle divisioni europee", ha aggiunto asciutto, perche' quando "ci sono divergenze bisogna discutere". Ma tutto questo, ha specificato, dopo la guerra.
Intanto Francia e Germania, insieme con il Belgio, hanno confermato un mini-vertice a Bruxelles in aprile per una discussione approfondita sulla difesa europea. Si tratta di un vertice aperto a tutti i leader europei che vorranno parteciparvi e che ha l'obiettivo di far avanzare velocemente i progetti sulla costruzione di un esercito europeo e di una reale identità di difesa europea.
La guerra anglo-americana all'Iraq ha infatti, tra le sue tante conseguenze, anche quella di mettere in evidenza, una volta di più, l'arretratezza dell'Europa in questo settore.
(21-03-2003)
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