Un secolo la parola “lavatrice” non esisteva, d’altronde i panni si lavavano amano e prima ancora non esisteva neanche il termine “rubinetto” ed il bucato si faceva alla fonte. Un semplice divertissement? E va bene, lo è, ma volevo solo spiegare che la lingua si piega e rifette i mutamenti dell’epoca in cui la si usa, scordando termini che cadono in disuso ed introducendo parole coniate ad hoc, non per storpiare l’essenza della lingua stessa, ma per far sì che si possano chiamare le cose… con i loro nomi.
In Italia i puristi dell’Accademia fiorentina della Crusca fanno sentire la loro voce di tanto in tanto per ricordarci che l’italiano è una lingua diffusa ed apprezzata nel mondo negli ambienti sensibili alla cultura, è la lingua infatti che rappresenta il nostro Paese con la sua storia, la sua arte e la sua cultura, oltre che in nostro popolo.
Così ci tengono a ricordarci che l’italiano non va sporcato con neologismi che sono solo introduzioni italianizzate di parole straniere.
In Francia accade invece che è tornata alla ribalta, grazie al quotidiano 'Le Figaro', la questione della femminilizzazione dei nomi della lingua francese.
Cosa ne pensano gli esperti dell'Academie francaise? In verità già si sono espressi al riguardo: “sia l'orecchio sia l'intelligenza grammaticale” dovrebbero evitare quelle che definiscono come “aberrazioni linguistiche”. Però il quotidiano francese non molla ed osserva che la lingua altro non è che lo specchio di una società che cambia e che vede le donne impegnate in attività fino a qualche tempo fa di prerogativa essenzialmente maschile. E’ ora dunque di coniare dei termini in rosa laddove mancano.
(15-12-2005)
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