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cultura e societa

Roma omaggia l’arte americana

In allestimento a Palazzo Valentini, fino al 20 giugno, una mostra sull’arte Pop, con opere da Warhol a Tobey, per illustrare la loro visione del progresso e della civiltà dei consumi di massa


A Palazzo Valentini, a Roma, è aperta al pubblico la mostra intitolata “Omaggio all’arte americana” dove si possono ammirare le opere di Robert Rauschenberg, Jasper Johns, Mark Tobey e Andy Warhol.
Le creazioni di questi artisti documentano, camuffate dalle stile scanzonato da spot, le inquietudini dell’uomo incontra ed assapora il progresso, l’arte Pop infatti, sviluppatasi in Usa negli anni ‘60, vuol comunicare le contraddizioni dell’Occidente industrializzato, dove l’antica civiltà s’incontra con quella nuova industriale e di massa: è allora che la fiducia nel progresso lascia trapelare la paura, si risolvono problemi legati ai consumi, la disponibilità di beni è ora spalmata a livello sociale, la società di massa è globalizzata e felice, ma problemi nuovi non tardano ad arrivare, quello dell’ecologia ad esempio, rifiuti in testa.

La mostra è stata realizzata grazie ad importanti prestiti pubblici e privati, tra cui il The Andy Warhol Museum di Pittsburg, con l’intento di illustrare il percorso dell’arte Pop, nonché i suoi molteplici linguaggi cui è approdata solo dopo aver familiarizzato con i movimenti avanguardistici europei.
Così la Pop art ha scelto di comunicare la sua visione del mondo, in special modo americano, per mostrare i lati chiari ed oscuri del progresso della civiltà dei consumi di massa, estrapolandone gli oggetti comuni e mostrandoli così, privati del loro valore estrinseco.
Che succede alla società del boom economico del secondo dopo guerra? Che si sviluppa a velocità supersonica, corre troppo, per questo gli artisti scelgono la merce, ferma, immutabile, e la pongono al centro dell’opera d’arte, tanto che l’opera d’arte stessa diviene… merce!

Il poeta maudit, Charles Baudelaire, negli “Scritti sull’Arte” diceva: “Nella vita ordinaria, nella metamorfosi quotidiana delle cose esteriori agisce un moto rapido, che impone all’artista una identica velocità di esecuzione”, la Pop Art ha concretizzato questa teoria.
L’espressionismo astratto aveva tentato di comunicare l’atteggiamento degli artisti ai cambiamenti dell’epoca del boom, ma gli americani della Pop fecero davvero centro: ricchezza e capitalismo, ricerca e tecnologia, produzione industriale in serie, marketing e linguaggio pubblicitario, culto della personalità, consumi di massa e mercificazione degli oggetti, ecco che cosa ci dicono le opere degli artisti della Pop, cioè che anche l’arte diventa popular.

Il percorso espositivo
Prende il via con gli scatti di Robert Rauschenberg, datati fine anni ‘40 e primi anni ‘50, spaccati di vita che documentano lo squallore della civiltà urbana: a “Central Park” non c’è presenza naturale, né uomana, le “Sneakers”, scarpette da ginnastica, sono disgustose e sporche, la “Bathroom window” riflette ombre poco rassicuranti, che “Stalin è morto”, si legge su una vecchia affissione rovinata, come il muro che la ospita.
Si comincia a comprendere così che lo sviluppo industriale non porta con sé solo uno sfavillante progresso, ma anche situazioni “marginali”.
Jasper Johns sventola la sua “Flag” a stelle e strisce, simbolo dell’industria delle cianfrusaglie, a rilevo su piombo nero.
Mark Tobey, l’artista sperimentatore, solitario, che mira all’essenzialità delle forme (che tradurrà nel linguaggio detto “writing”), tratteggia la sua opera “Senza Titolo” a colpi piccoli di pennello, come gli artisti orientali Song: gente ammassata, luci nella notte, simboli calligrafici bianchi…
Ma è con Andy Warhol che la Pop diventa davvero “pop”, è proprio lui d’altronde il fondatore della “factory” d’arte newyorkese dove le immagini si moltiplicano meccanicamente fino a spersonalizzrsi o a perdere l’origine del modello, così come accade nella società del consumo.
È la sorte dell’effige di Mao Tse Tung, uno dei politici che Warhol trasforma in oggetti di culto, ripetuta in serie come oggetti e sensazioni della società di massa.

Questa mostra insomma è una splendida occasione per conoscere davvero la Pop Art, per vederla al di là del suo apparente cinismo, per interpretare cioè i suoi segni colorati ed inquietanti, usati non per ridicolarizzare la cultura del tempo, ma per metterne in risalto i risvolti aberranti per l’umanità, quelli banali e volgari, quali la distruzione dell’identità culturale del nostro passato, lo svuotamento dei contenuti della fede, ma anche dell’arte stessa.

“Omaggio all’arte americana” resterà aperta al pubblico fino al 20 giugno.

(10-05-2006)




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Pubblicato in S.Mariano - Perugia - Italia - Ultimo aggiornamento: 10-05-2006 alle :