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ambiente e salute

Relazioni drogate

Un recente studio condotto in Francia denuncia che la diffusione dell’uso di sostanze di sottomissione chimica a scopo criminale avviene ad opera di conoscenti


Sono stati numerosi i fatti di cronaca, accaduti anche recentemente, in cui si è avuta una commistione di droga, sesso e violenza; ma ciò che più allarma oggi è l’insospettabile possibilità che, a compierli in futuro nei nostri confronti, possano essere persone a noi vicine.
Secondo un recente studio condotto dall’Agenzia francese di sicurezza sanitaria e dei prodotti di salute l’uso di sostanze per la sottomissione chimica in episodi di violenza sessuale sulle donne o di generiche violenze su individui di sesso maschile è avvenuto per lo più nell’abitazione della vittima, facendo supporre che nella maggior parte dei casi quest’ultima conoscesse il proprio aggressore.
Quello della sottomissione chimica, in realtà, è un tipo d’interazione per lo più appartenente al mondo animale dove, ad esempio, gli individui dominanti di alcune specie, producendo delle sostanze chiamate feromoni, riescono a sottomettere gli altri esemplari alterandone le capacità riproduttive.
Nell’uomo, le molecole usate per produrre tale sottomissione inibiscono, nella maggior parte dei casi, alcuni meccanismi cerebrali e sono responsabili di disordini relativi a vigilanza e memoria, ma possono essere utilizzate anche per attivare altri circuiti cerebrali che, anziché inibire un comportamento di difesa, suscitano nella vittima una fiducia eccessiva; indebolimento della resistenza mentale, perdita di conoscenza e coma farmacologico completano il quadro dei possibili effetti.
In sintesi queste sostanze alterano lo stato di veglia o vigilanza di un individuo, che è determinato dall’azione sulla corteccia frontale del suo cervello (la parte anteriore dell’encefalo, sede della volontà) di una struttura del sistema nervoso centrale chiamata talamo, il quale riceve le informazioni visive e uditive dall’esterno e può, attraverso diverse connessioni, eccitare la corteccia frontale oppure inibirla.
Dall’analisi dei dati raccolti dal Centro di valutazione e informazione sulle farmacodipendenze di Parigi, i farmaci più usati per questi fini sono i tranquillanti della famiglia delle benzoadiazepine, i barbiturici e il GHB.
Frutto dei progressi delle neuroscienze e della psicofarmacologia, queste sostanze, definite prodotti psicoattivi, cioè capaci di ridurre o alterare le performance intellettuali di un individuo, rompono l’equilibrio naturale in cui coesistono eccitazione e inibizione e provocano una diminuzione della vigilanza in tre maniere differenti:le benzodiazepine aumentano la frequenza delle connessioni inibitorie, i barbiturici ne aumentano la durata mentre il GHB, esercita un’azione più potente poiché attiva i circuiti inibitori e blocca allo stesso tempo i circuiti eccitanti.
Il GHB o acido gamma-idrossibutirrico fu sintetizzato nel 1960 dal neurobiologo francese Henri Laborit ed usato come anestetico in ostetricia; ma negli ultimi anni è diventato la “droga dei violentatori” e dal 1999 è finito sulla lista degli stupefacenti.
Si presenta sotto forma di una polvere bianca cristallina o di granuli da dissolvere in bevande capaci di mascherare il leggero sapore del prodotto (tè, caffè, cocktail alcolici).

Gli effetti compaiono rapidamente e durano dai 30 ai 90 minuti, in base alla dose ingerita.



Victor Daiani

(03-12-2007)




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Pubblicato in S.Mariano - Perugia - Italia - Ultimo aggiornamento: 03-12-2007 alle :