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Banda larga: l’Italia è sotto la media europea

Nel Bel Paese crescono banda larga e Adsl, ma sempre al di sotto della media europea e con un paradosso: Milano guadagna il titolo di città più cablata al mondo, capitale mondiale della fibra ottica


Nella vecchia Europa il riconoscimento della banda larga, o “broadband” , come motore di sviluppo non solo delle telecomunicazioni, ma dell’intero sistema economico e sociale è arrivato qualche anno dopo rispetto agli Stati Uniti e, secondo gli ultimi dati diffusi da Bruxelles sull’Europa digitale, anche il nostro Paese di passi avanti ne ha fatti parecchi, ma non ancora sufficienti per raggiungere la media degli altri Paesi dell’Unione europea.
In Italia la penetrazione della banda larga (grazie ad Adsl e fibra ottica) è arrivata al 17,2% nel 2007, pari a 10,12 milioni di utenti, ma rimane ancora significativo il gap tra le grandi aree urbane, arrivate al 95% di copertura e quelle rurali, ferme al 50%: basti pensare che il 30% degli 8 mila Comuni italiani non è ancora raggiunto dall’Adsl.

Va sottolineato, inoltre, come è emerso dal recente rapporto Assinform, che nel nostro Paese è proseguito nel 2007 il trend negativo degli investimenti in infrastrutture: dopo un meno 3,1% nel 2006 sul 2005, la crescita negativa è proseguita lo scorso anno, con una flessione del 4,7 a fronte di un incremento del 4,1% a livello mondiale.
Sono cifre che fanno riflettere in termini di trend e di una politica di sviluppo del settore dove, ad esempio, la fa da padrona la definizione di NGN, Next Generation Network, quelle reti di nuova generazione a larghissima banda, altissima velocità, in fibra ottica che dovrebbero rivoluzionare le comunicazioni italiane e non solo, agendo anche, indirettamente, come strumento di crescita dell’economia nazionale.

Mentre inseguiamo gli altri grandi (e non solo) Paesi Ue su molti fronti delle telecomunicazioni, l’Italia vanta una città, Milano, che è la più cablata in fibra ottica al mondo e il primo operatore (inizialmente regionale, poi nazionale) con rete a larga banda su protocollo IP: FASTWEB, che, fondata a fine 1999, nel 2001 era già in grado di fornire la televisione on demand (su richiesta), realizzando così la convergenza tra voce, video e dati su fibra ottica e, solo due anni più tardi, nel 2003, su Adsl.
Oggi FASTWEB, con una rete di oltre 26 mila km per circa 4 miliardi di euro di investimenti dalla sua costituzione, eroga i suoi servizi a 1,3 milioni di clienti, che da tempo hanno fatto di quest’operatore “non solo un pioniere ma un esempio nell’arena delle telecomunicazioni avanzate” (Wall Street Journal, 7 settembre 2006).
In un paese “ossessionato” dai telefonini (le sim card in circolazione hanno raggiunto il 148% della popolazione) cresce anche la banda larga mobile, che ha raggiunto una penetrazione del 16,2% (trend in ascesa) a fronte di una media europea del 18,2%.
Non rientrano a quanto sembra fra i punti salienti di alcun programma elettorale eppure il superamento del digital divide e la correlata diffusione degli accessi a Internet a banda larga sono una priorità per l'Italia al pari del completamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria o della realizzazione della Tav (Treno ad Alta Velocità).
Il messaggio lanciato da Paola Manacorda, presidente del Comitato banda larga (organismo istituito dai ministeri delle Comunicazioni, degli Affari regionali e per le Riforme) è stato perentorio e lascia intendere che quanto finora fatto non è sufficiente a garantire a cittadini e imprese una copertura adeguata ed uniforme delle linee di connessione ad alta velocità.
La tecnologia Wi-Max e la possibilità di attivare accessi wireless a lunga distanza, in quest'ottica, sono solo un primo passo, ma per dare un sostanzioso impulso alla competitività del Paese e alla coesione sociale – ha detto la Manacorda – “occorre una regia forte per far convergere un mix di investimenti tra pubblico e privato volto alla costruzione di nuove reti per una banda veramente larga”.
Se la nostra classe politica “snobba” il problema della carenza di infrastrutture per l'accesso alla Rete, il Commissario europeo Viviane Reding ha richiamato le autorità del Bel Paese circa i ritardi cronici e (questo l'aggettivo usato) inaccettabili quanto a diffusione della banda larga e ricorso alla "number portability" (possibilità di mantenere il proprio numero di telefono passando ad un altro operatore, per cui servono fino a 20 giorni, quando la Commissione Ue ne prevede solamente uno) per il cambio di operatore mobile.

Dal Rapporto sulle telecomunicazioni della Commissione europea, presentato recentemente a Bruxelles, emerge infatti evidente il contrasto fra la penetrazione di cellulari e di servizi di mobile entertainment (segmenti in cui Italia primeggia) e l'ancora limitata disponibilità di collegamenti "broadband".
La bassa percentuale di penetrazione della banda larga nel nostro Paese è imputabile principalmente alla mancanza di infrastrutture e al ruolo "ingombrante" di Telecom Italia, che lascia agli operatori alternativi una quota di mercato del 35,2%.
La Reding, nella sua relazione, ha rimarcato come nel mercato italiano e in quello tedesco persista un gap digitale troppo netto tra aree urbane e rurali, e come la banda larga possa e debba essere un volano per la crescita e per l'occupazione.
L'evoluzione portata dall'aumento della concorrenza e delle offerte innovative è di buon auspicio ma c'è spazio per una concorrenza più efficace: la liberalizzazione del cosiddetto "local loop", quel tratto di rete che collega le centrali telefoniche agli utenti finali e che consente agli operatori alternativi di competere con l'ex monopolista, ha avuto dopo anni di (ingiustificata e dannosa) stagnazione una certa accelerazione.
Per quanto difficile da credersi, visto il conflittuale rapporto in essere fra Internet service provider (fornitori di servizi internet) e Telecom Italia, i costi dell'ultimo miglio del Bel Paese sono i più bassi d'Europa (7,81 euro al mese), contribuendo insieme ad altri fattori alla riduzione dei prezzi dei servizi al dettaglio.

Se, nonostante ciò, il Bel Paese viaggia ancora sotto la media europea quanto a diffusione delle linee veloci, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia sono invece gli Stati più virtuosi, con punte di penetrazione alla fine del 2007 intorno al 30%, rispetto al 22,1% degli Stati Uniti (di cui fanno meglio anche Regno Unito, Belgio, Lussemburgo e Francia).
A tutto dicembre all'interno dell'Unione sono stati installati 19 milioni di nuovi accessi a banda larga, pari a oltre 50.000 utenze domestiche al giorno, e generato un volume d'affari per 62 miliardi di euro.
Alla Commissione, però, dicono che quelli di cui sopra sono solo i primi risultati scaturiti da un modello regolamentare concepito in modo da incentivare la concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni.
La Reding, in proposito, ha fatto notare come via sia ancora poca concorrenza nella fornitura di servizi di fonia su rete fissa, nell'86,5% dei casi l'utente vi accede attraverso l'infrastruttura dell'operatore ex monopolista (la percentuale sale sopra il 95% in 12 Stati membri), e come i servizi di rete fissa (voce e connettività Internet) siano confinati di fatto su scala locale, con solo il 30% delle attività dei principali operatori volto al di fuori dei rispettivi mercati di appartenenza.
L'obiettivo di un mercato unico delle “telcos” (telecomunicazioni), insomma, è ancora tutto da raggiungere ma intanto a Bruxelles hanno messo mano alla calcolatrice per misurarne l'impatto sull'economia continentale.

Parliamo cioè di un settore che sommando servizi fissi e mobili vale circa 300 miliardi di euro (pari al 2% del Pil dell'intera Ue) e che nel 2007 è cresciuto dell'1,9%, registrando investimenti superiori ai 50 miliardi di euro (sullo stesso livello di quelli degli Usa e maggiore di quelli di Cina e Giappone messi insieme).
Si tratta però di dati destinati presto a cambiare.
In Giappone sta infatti prendendo corpo “Ubiquitous Japan”, un progetto per collegare tutti i giapponesi in larghissima banda, fino a 100 megabit al secondo: il governo di Tokio stima che generi 1.500 miliardi di dollari di prodotto interno lordo aggiuntivo, un terzo del pil attuale; ma servono 50 miliardi di investimenti, soprattutto a opera della società Nippon telegraph and telephone, e poiché i benefici sono a pioggia per tutti e i profitti per la Ntt pochi, lo Stato darà sussidi legati al progetto e sorveglierà da vicino.
Forse è proprio questo il modo giusto di procedere: con lo Stato a far da investitore e garante e le società stimolate a concorrere non per crearsi una posizione di rendita, ma semplicemente per non rimanere fuori dal mercato.



Victor Daiani

(16-06-2008)




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Pubblicato in S.Mariano - Perugia - Italia - Ultimo aggiornamento: 16-06-2008 alle :